 linkin park 4 ever
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| ...ma non chiamateli bambini. Perché i Linkin Park sono cresciuti. ”’Meteora’ è sicuramente un album più maturo, cosa volete, agli inizi eravamo solo dei ragazzini, oggi non è più così, siamo grandi adesso”, dice tutto serio Mike Shinoda, il DJ di origini giapponesi impegnato nella manipolazione di beats e sample nel gruppo di Agora, California. Soprattutto, non dite loro che qualcuno va in giro parlando di un certo genere musicale, il nu-metal, dove rap, chitarre heavy metal e urla disumane convivono pacificamente. “Per i Linkin Park quella parola non significa proprio nulla, non sappiamo chi l’ha inventata e comunque non ci interessa”, ribattono in coro. Una cosa però dovrebbero ammetterla, i sei ragazzi componenti dei Linkin Park. I loro visi levigati, dai lineamenti ancora fanciulleschi, tradiscono una giovanissima età (il più anziano, il cantante Chester Bennington, compirà il prossimo 20 marzo la veneranda età di 26 anni). Ma è sempre meglio tacere, con i Linkin Park. Sotto il cappellino nero, visiera rigorosamente girata all’indietro, Mike Shinoda vuol dar l’impressione di essere un duro, di sapere il fatto suo. Uno che ormai, con quindici milioni di copie vendute grazie al tanto celebrato disco di debutto, “Hybrid theory”, non ha più regole a cui sottostare. Niente più “fai”, “vai” e “dì”, nessun compromesso con la casa discografica che ha tenuto a battesimo i Linkin Park, la Wea. Peccato solo che Chester sia assente durante la presentazione italiana del nuovo album “Meteora”, che avviene a Milano, il giorno dopo di un concerto-anteprima. Lui, che soltanto qualche mese fa aveva definito la discografia delle major “peggio della mafia”. Sarebbe stato bello potergli chiedere delucidazioni in proposito. E forse, come per magia, dalla sua bocca sarebbero uscite incandescenti parole. Proprio come una meteora...
I testi delle vostre canzoni hanno sempre avuto una grande importanza. Potete dirci qualcosa a proposito di quelli composti per il nuovo album? Mike Shinoda: Con “Meteora”, ciò che Chester ed io abbiamo notato, è che a parte il durissimo lavoro che abbiamo dovuto affrontare, è che ai tempi di “Hybrid theory” eravamo ragazzi giovani e i testi di alcune delle canzoni che abbiamo scritto quando avevamo diciannove anni riflettono le nostre emozioni di allora. Le emozioni, a quell’età, vengono sentite in un certo modo. Mentre oggi, che abbiamo venticinque anni, guardiamo le cose in modo differente. Credo che in questo nuovo disco ci sia più ottimismo, più fiducia, anche se i temi di cui ci piace parlare sono sempre gli stessi. Sono temi che qualsiasi ragazzo della nostra età ha a cuore.
Perché avete scelto un titolo come “Meterora”? Brad Delson: Eravamo in Europa, stavamo facendo il tour in supporto di “Hybrid theory”, e il nostro conducente di bus aveva con sé una rivista di viaggi. Abbiamo sfogliato quella rivista e all’interno c’era un articolo che parlava delle Meteora, un luogo in Grecia dove ci sono delle rocce altissime sulle quali sono stati costruiti degli antichi monasteri. Abbiamo iniziato a osservare quelle immagini ed erano la cosa più strabiliante che avessimo mai visto. Negli Stati Uniti non esiste un posto del genere. Erano immagini epiche. Sono grandiose. Volevamo catturare quelle sensazioni e volevamo che anche il suono del nostro disco risultasse altrettanto grandioso. Il nome stesso, “Meteora”, ha una sua grande forza. Così abbiamo pensato che potesse rappresentare al meglio il nostro disco.
Le “Meteore” sono un luogo molto spirituale. Per caso anche il vostro disco contiene elementi di questo tipo? Mike Shinoda: Quando abbiamo scelto quel titolo avevamo appena cominciato a raccogliere le idee per il disco. Non avevamo idea di cosa ne sarebbe uscito.
Joseph Hahn: Di certo, però, non volevamo scrivere un album che parlasse di ‘monasteri in cima a una roccia’… volevamo solo che suonasse fresco, perché il successo precedente era stato molto grande per noi. E volevamo che le qualità del nuovo lavoro fossero ancora più varie rispetto al passato. Quel titolo ci sembrava semplicemente il migliore per rappresentare la musica che volevamo produrre. Mike Shinoda: Sicuramente c’è stata un po’ di pressione perché avevamo ancora in mente tutto il lavoro che ci era voluto per completare “Hybrid theory”: a quel punto sapevamo che avremmo dovuto dare ancora di più. Adesso siamo pronti per ripartire per un altro tour di due anni…
Come nel precedente “Hybrid theory”, anche in questo disco non ci sono “Explicit Lyrics”. E’ stata una scelta voluta o solo un caso? Mike Shinoda: Le cattive parole le abbiamo risparmiate per voi... no, veramente non ci abbiamo neppure pensato. Siamo arrivati all’ultima settimana di lavorazione, quando qualcuno ha fatto notare che non c’era neppure una “explicit lyric” all’interno del disco. E’ stato un caso. Joseph Hahn: Nel disco precedente ce ne siamo forse resi conto di più, perché parlare di certi argomenti senza essere troppo espliciti è più difficile. Ma alla fine il dover essere onesti, la volontà comunque di dire ciò che pensavamo con parole che non fossero offensive, è stato un grande stimolo per tutti noi.
In “Hybrid theory” una delle parole più ricorrenti nei testi è “oscuro”. Considerate questo aggettivo utile per descrivere la vostra musica? Mike Shinoda: Sinceramente non ho contato quante volte compare quella parola nei nostri tenti, ma non mi sembra che appaia troppe volte… in ogni caso penso che le parole che possono descrivere la nostra musica e gli elementi che la compongono siano moltissimi, e diversi tra di loro. C’è la confusione, l’introspezione, ci sono parti più melodiche ed altre molto più dure. Credo dunque che senza una qualsiasi di queste caratteristiche la nostra musica non sarebbe quella che è adesso. Non suonerebbe come i Linkin Park. Brad Delson: Il discorso è ben sintetizzato nell’immagine di copertina: un soldato con le ali da farfalla. Ci sono elementi più grezzi e rudi ed altri più delicati. Anche in “Reanimation” abbiamo voluto mantenere lo stesso bilanciamento tra queste due caratteristiche. Volevamo essere eclettici e dinamici al tempo stesso. Ciò che personalmente mi piace di “Meteora” è il fatto che sia il disco più vario che abbiamo mai composto. I testi, le musiche, abbiamo sperimentato sia con le parole che con sonorità diversissime tra di loro. Abbiamo voluto esplorare terreni che in passato non avevamo mai esplorato. Ci sono persino degli strumenti tradizionali giapponesi, nel nostro nuovo disco. In “Nobody’s listening” abbiamo addirittura coinvolto un’orchestra di dieci elementi. Questo è ciò che i Linkin Park vogliono essere: eclettici. Joseph Hahn: Una cosa su cui Mike ed io ci siamo sbizzarriti sono i sample. Abbiamo creato i nostri personalissimi sample. Siamo fieri perché li abbiamo creati noi, senza rubarli a nessuno. In questo nuovo disco abbiamo prestato molta attenzione ai dettagli e al fatto che i suoni impiegati fossero originali.
Quanto è importante per voi l’impiego dell’elettronica nella realizzazione di un disco? Mike Shinoda: I sample sono molto importanti. Estremamente importanti, direi. Joseph Hahn: Credo siano i più importanti in assoluto quando lavoriamo. Brad Delson: Io invece penso che la chitarra è la più importante… Rob Bourdon: La batteria è la più importante. Phoenix Farrell: Io sono il più importante. Il bassista!
Mike Shinoda: Per essere seri, in verità l'elettronica è solo una componente della nostra musica, una musica che, come abbiamo già detto, è fatta da tanti stili e influenze diverse. L’elettronica ci permette di sperimentare e creare nuove sonorità. Di solito le rock band tendono a rendere il suono più corposo aggiungendo delle chitarre, ma con i sample puoi fare molto di più.
Come componete i vostri brani, visto che sono così complessi? Rob Bourdon: Ogni nostra canzone viene composta in modo differente. Non siamo il tipo di gruppo che sta tutto il giorno nella stessa stanza a comporre. Altrimenti credo ci ritroveremmo in una immensa rissa, e tenteremmo di ucciderci a vicenda! Siamo sei persone che lavorano bene in gruppo, ma ognuno ha capacità differenti che alla fine aggiungono qualcosa la prodotto finale. Individualmente buttiamo giù delle idee che poi si concretizzano in studio. Una cosa secondo me molto positiva, in questo nuovo disco, è che ci sia molto più Pro Tools. Per esempio io lavoro su una parte di batteria per delle ore, da solo, e porto al gruppo mille diversi spunti. Gli altri magari aspettano che io arrivi con delle buone trovare, mentre suonano i propri strumenti. Poi magari il giorno dopo ascoltiamo tutto e costruiamo delle canzoni. E’ un processo creativo molto lungo e impegnativo. Mike Shinoda: Personalmente mi piace fare il paragone di quando Joe ed io frequentavamo la scuola d’arte. Studiavamo illustrazione e facevamo moltissimi schizzi. Centinaia. Ci lavori molto, su uno schizzo. Lo lasci da parte per un po’, aggiungi dei particolari. Poi, tra tutti gli schizzi scegli quello che secondo te merita di essere portato avanti. Così magari passi al colore. E questo è un po’ ciò che facciamo con la musica. Facciamo degli “schizzi” musicali. E poi prendiamo i migliori, per portarli a termine.
Com'è avvenuta la scelta del vostro prossimo singolo, “Somewhere I belong”? Joseph Hahn: A dire il vero non lo abbiamo scelto noi, il singolo. Non siamo molto bravi a scegliere… Phoenix Farrell: Il singolo ha scelto noi! Mike Shinoda: E’ stato molto difficoltoso. Di solito facciamo quasi tutto da noi. Joe dirige i video, lavoriamo sul merchandise, sul nostro sito ufficiale, teniamo i rapporti con i fan… tutto, insomma. Vogliamo che le nostre idee arrivino ovunque. Però quando è giunto il momento di trovare un singolo, ci abbiamo provato, ma sfortunatamente ci piacevano tutte le canzoni alla stessa maniera! Così alla fine la nostra etichetta discografica ha deciso per noi…
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